Assunzione della Beata Vergine Maria

«Grandi cose ha fatto in me l’onnipotente» (Lc 3,25).

Nel Magnificat Maria non dice: “Ho fatto grandi cose perché ho detto sì a Dio”, ma dice: “E vero sarò ricordata, sarò benedetta, ma il protagonista di tutto è il Signore che ha agito in me, io sono semplicemente sua serva”. Maria ci insegni la sua umiltà e ci ricordi, sopratutto oggi, che il nostro destino non è la precarietà della terra, ma la stabilità nel cielo. Buona solennità dell’Assunta.


In attesa della stabilizzazione in cielo, da precari festeggiamo san Ferragosto martire

Assunzione della B. V. M.  – 15 Agosto ‘12

Prima lettura – Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab: Apparve una donna vestita di sole. Dal Salmo 44:Risplende la Regina, Signore, alla tua destra. Seconda lettura – 1Cor 15,20-27a: Cristo è la primizia dei risorti. Vangelo – Lc 1,39-56: Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente.

Una vecchia battuta diceva: Maria è stata assunta in cielo perchè era la madre dell’Amministratore delegato. Aldilà della battuta, celebriamo oggi un mistero grande: quello dell’assunzione di Maria al Cielo in anima e corpo. Dopo aver ascoltato il Vangelo, dovrebbe nascere subito una domanda: «Come mai si legge qualcosa che riguarda l“inizio” dell’avventura di Maria e non qualcosa che riguardi la “fine”?». È vero il brano del Vangelo proposto nel giorno dell’Assunzione non racconta “il fatto”, l’Assunzione appunto, ma vuole farci capire “come mai” accadde “il fatto”, come mai cioè la Vergine ha trovato la sua “sistemazione” definitiva nel cielo. Il Vangelo di oggi ci dice quindi come mai Maria, una giovane ragazza piena di sogni e di attese, è stata “assunta” in cielo. Il fatto straordinario è avvenuto perché lei ha creduto fortemente, al di là dei suoi sogni terreni, nel nuovo corso della storia che stava iniziando, nella nascita di un nuovo mondo fatto esclusivamente d’amore. Ed è per questo che scaturisce dal suo cuore e dalla sua anima il canto del “Magnificat”. «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45), dice Elisabetta correndo incontro a Maria. Maria è beata per aver creduto senza esitazione. Né paura, né acredine hanno toccato Maria, né sospiri, né lamentazioni hanno attraversato le fibre più profonde del suo cuore. E guardate bene che Maria, per aver creduto fortemente e da subito, non ha avuto alcun privilegio, né ha ottenuto sconti sul prezzo che aveva accettato di pagare per conto dell’umanità. Maria ha avuto solo problemi, umanamente parlando, problemi uno dietro l’altro, proprio a cominciare dal trovarsi incinta in quello “spirituale” modo. Ma cosa festeggiamo oggi, allora? Oggi, noi festeggiamo, semplicemente, che Maria di Nazareth, la madre di Gesù, la prima dei discepoli, che ha nutrito, svezzato e cresciuto il Figlio di Dio ed è stata presente alla croce e nella comunità radunata a Pentecoste, è stata assunta in cielo, presso il Padre, in corpo e anima. Come ci fa pregare splendidamente il prefazio di oggi, prima del Sanctus: «Non poteva conoscere la corruzione della morte, colei che aveva portato in grembo il Dio della vita». Detto questo, cala il silenzio: come, dove, quando, in che senso, non c’è dato di sapere. Ma l’Assunzione di Maria al cielo in anima e corpo è l’icona del nostro futuro, anticipazione di un comune destino: annuncia che il Creatore non spreca le sue meraviglie e che anche il corpo è santo e avrà, trasfigurato, lo stesso destino dell’anima. In altri termini, Maria è la sorella che è andata avanti, il suo destino è il nostro. Questa “speranza per tutti” è quella che la liturgia ha sempre cercato di dire in questa festa, e lo fa’ anche ai nostri giorni e anche nel frastuono del Ferragosto. Noi amiamo questa nostra terra, eppure essa ci sta stretta; ci preoccupiamo del nostro corpo, eppure sentiamo di essere più grandi della nostra fisicità; lottiamo nel tempo, eppure percepiamo che la nostra verità supera il tempo; godiamo dell’amicizia e dell’amore, eppure ne avvertiamo i limiti e ne temiamo la caducità. È proprio di questa possibilità di “pensare in grande” che è prova per noi un’umile ragazza di Nazareth, divenuta, per dono di Dio, Madre del Signore, terra del cielo. L’Assunta in cielo è quindi un progetto d’amore, una proposta, una sfida che riguarda tutti. Forse farebbe bene a noi tutti nel tempo della vacanza riflettere almeno per un giorno sul significato vero della vita, delle ferie che, lungi dall’essere un tempo vuoto, possono ri-creare noi stessi, se tra riposo e divertimento lasciamo spazio anche alla vita interiore, una vita aperta al futuro, oltre la morte. Uniti con tutta la Chiesa che oggi festeggia l’Assunzione di Maria, chiediamo al Padre misericordioso che contemplando la gloria di Maria sia forte in noi la speranza e il desiderio che anche per noi ci sarà un posto, una “stabilizzazione” nel cielo.


Diciannovesima Domenica per Annum

«Coraggio sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,27).

Nel vangelo di oggi Gesù si trasforma in bagnino e da lezioni di nuoto a Pietro, pescatore da una vita, impaurito dal mare di Genezareth in tempesta. Se anche a noi dovesse succedere di finire sballottati dalle tempeste della vita e di temere che la nostra barca coli a picco, non ci resterà che gridare, con la nostra poca fede: «Signore salvami!» e come Pietro, certamente, anche noi saremo riacciuffati dal Signore e tirati fuori da qualsiasi abisso, anche il più profondo. Buona domenica.


Gesù baywatch e le lezioni di nuoto al pescatore Pietro

XIX per Annum – 10 Agosto ‘14

Prima lettura – 1 Re 19,9a.11-13: Fermati sul monte alla presenza del Signore.

Dal Salmo 84: Mostraci, Signore, la tua misericordia.

Seconda lettura – Rm 9,1-5: Vorrei essere io stesso anatema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli.

Vangelo – Mt 14,22-33: Comandami di venire verso di te sulle acque.

Probabilmente a tutti sarà capitato almeno una volta nella vita di trovarsi in una situazione imbarazzante, in un momento in cui «ni cari a facci n’tierra», in una occasione di smarrimento o di forte sfiducia.

Qualcosa del genere è capitato anche al profeta Elia. Il profeta vive, ahilui, in un momento delicato della storia di Israele: il re si è sposato con Gezabele, la quale, dal suo paese d’origine, ha pensato bene di portarsi, oltre alla dote, anche la fede nei Baal, con, a seguito, quattrocento sacerdoti. Il popolo ha apprezzato la novità: in fondo credere sempre nello stesso Dio è noioso. Elia, l’ultimo profeta di JHWH, inorridito, sfida i sacerdoti di Baal sul monte Carmelo e vince. La folla esulta, è in delirio, cambia nuovamente opinione: il Dio dei padri è più forte dei Baal. Elia si lascia prendere la mano e incita la folla a uccidere i falsi profeti: sarà un massacro. Gezabele, ovviamente, cerca Elia per ucciderlo.

Il profeta è costretto a fuggire, e dopo avere assaporato l’ebbrezza della vittoria, adesso vuole morire. Fugge dai suoi persecutori, fugge dalla sua missione, fugge e cerca ancora quel Dio che l’aveva guidato fino a quel punto, ma che non riesce più a trovare. O non sa più riconoscerlo. Elia deve convertire la propria idea di Dio e rinunciare a ciò che è eclatante e impressionante. Poiché il Signore non si manifesta in ciò che è appariscente agli occhi dell’uomo, non è nel vento, nel terremoto, né nel fuoco. Ma Dio c’è. Dio è presente in un semplice «sussurro di una brezza leggera» (1 Re 19,12). Dio è presente in maniera meno trionfalistica, ma non per questo meno continua.

Fin qui la prima lettura… Ma anche la pagina del vangelo è densissima di spunti di riflessione. Vediamone insieme alcuni.

Va detto innanzitutto che è un vangelo di paure, un vangelo di grida, un vangelo di cagasotto: è, in altri termini un vangelo «umanissimo».

«Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca» (Mt 14,22).

Subito dopo aver sfamato la folla numerosa (cf. Mt 14,13-21), Gesù costringe i discepoli a salire sulla barca per precederlo all’altra riva del lago di Galilea. Egli congeda la folla e cerca, con una certa determinazione, degli spazi e dei tempi di solitudine per stare davanti a Dio, per fare quattro chiacchiere a quattr’occhi, da uomo a uomo, anzi da Dio a Dio, col Padre.

Ma consentitemi di soffermarmi su un verbo che l’evangelista Matteo usa: «costrinse». Perché l’evangelista usa questo verbo che esprime coercizione, imposizione, violenza? Sembra quasi ci fosse una resistenza, da parte dei discepoli, a partire, a salire sulla barca.

C’è una motivazione profonda dietro l’atteggiamento del Signore: intorno a Lui, dopo che  ha  moltiplicato i cinque pani e i due pesci (e ne sono avanzati), si è creato un clima di esaltazione. E così i discepoli, che prima avevano fretta di concludere («congeda la folla» dicevano la scorsa settimana in Mt 14,15), ora sono come inebriati, sedotti da questo clima di ovazione, un clima che, di riflesso, coinvolge anche loro. Sono o no le «spalle» del protagonista, i compagni di squadra del campione? Anche loro sono famosi, anche loro sono VIP!

Come reagisce Gesù? Proprio lui che non ha mai fretta quando c’è un bisogno da capire, da soccorrere, ha fretta adesso, come quando in vista c’è un’esaltazione, un’ovazione, un trionfo. Il Maestro vuole evitare il delirio di onnipotenza dei suoi.

Immagino con quale malumore i discepoli abbiano accettato di andare via. Magari qualcuno avrà pensato male di un Gesù inconcludente, che non sa prendere la palla al balzo.

Gesù «ricorda» ai discepoli che il loro vero posto dei, il vero posto della Chiesa, non è il fanatismo delle autoesaltazioni, ma il posto vero per i discepoli è la barca, un mezzo, un luogo, che di per sé dice rischio, dice pericolosità del vivere, dice, acque agitate e vento contrario. Una barca in mare, nelle acque agitate del mare.

«Venuta la sera, egli se ne stava lassù da solo. La barca intanto era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario» (Mt 14,24).

Terminato il giorno, Gesù è ancora solo, a pregare, mentre la barca dei discepoli è in mare aperto in balìa del vento e delle onde.  I discepoli non sono esenti dal dolore, ai discepoli la prova non è condonata. Ci sono momenti, anche nella nostra esistenza, in cui abbiamo l’impressione di affondare: la barca della nostra vita fa acqua da tutte le parti, le onde ci terrorizzano, non sappiamo che fare, il dolore ci soffoca e Dio… Dio è lontano, assente, «non raggiungibile». Nel mare della vita non abbiamo riferimenti, non abbiamo appigli («Nta mari un ci sunnu tavierni!»).

Ma ecco il colpo di scena!

Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare» (Mt 14,25).

Mi piace questo Gesù che viene «sul finire della notte»: di giorno sarebbe troppo facile. Ma al vederlo, i discepoli si «cagano sotto», se la «fanno sotto», pensando si tratti di un fantasma. Mica è cosa di tutti i giorni vedere qualcuno che cammina sulle acque!

«Coraggio sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,27) li rassicura Gesù. Chi di noi non vorrebbe sentirsi dire queste parole dal Signore, quando siamo sballottati dai flutti della vita e la nostra «barca» rischia di colare a picco?

Ma Pietro resta incredulo fra gli increduli, chiede un segno: «Signore se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque» (Mt 14,28). Anche noi, quando le difficoltà del vivere ci soffocano, imploriamo come Pietro: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te» (Mt 14,28), come per dire: «Se tu sei Dio, fammi sentire la tua presenza con un prodigio. Sollevami da terra e crederò in te».

All’invito del Signore Pietro riesce effettivamente a camminare per un po’ sulle acque, ma poi il peso della paura e del dubbio lo fa di nuovo sprofondare e il Signore deve acciuffarlo per i capelli e tirarlo su.

Povero Pietro, non si ricorda nemmeno che sa nuotare! Fino a quando Pietro presume di poter camminare come Gesù, e quindi di essere capace di «assomigliargli», di poter essere come lui o di poter fare come lui, va incontro al fallimento, basta un colpo di vento e va a fondo, va incontro al naufragio di tutte le false sicurezze («Perché quando tu stai annegando non sai mai, se conviene più salire o affondare giù nel mare, per sempre» Michele Zarrillo, Cinque giorni).

Quando invece si ricorda che deve «seguire» Gesù, quando non ha più la pretesa di essere e fare come lui, quando non pensa più di poter fare a meno del suo aiuto, quando gli grida: «Signore, salvami» (Mt 14,30), solo allora è salvo, solo allora è tirato fuori dall’abisso più profondo.

«Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Mt 14,31).

Quanto è bello sapere che il Signore ci raggiunge nelle nostre infedeltà. Ci raggiunge e non punta il dito per accusarci, ma tende la mano per afferrare la nostra.

Ci spaventa la prova, ma la prova ci aiuta a capire quanto è robusta la nostra fede. È facile avere una fede strafottente quando il mare è tranquillo… Ma è solo quando c’è «ri iccari i tavulina nta l’aria» che la fede diventa vera.

Dio non agisce al nostro posto, non devia le tempeste, ma ci sostiene dentro le burrasche della vita. Non ci evita i problemi, ci dà la forza nei problemi. Essere cristiani non è avere un’assicurazione sulla vita, ma una rassicurazione nella vita.

E finalmente, dopo essere saliti in barca e aver visto il Signore camminare sulle acque, i poveri discepoli gli si prostrano davanti esclamando: «Davvero tu sei Figlio di Dio!» (Mt 14,33). «Ci voleva tanto?» verrebbe da dire!

La nostra fede, ancora immatura, ci porta a credere che la presenza di Dio debba manifestarsi in maniera spettacolare, con forza. Niente di più sbagliato! Dio si manifesta a noi ogni giorno, specialmente nelle cose più piccole, ma si avvicina con discrezione, per non costringerci all’evidenza e per suscitare e rinnovare la fede.

Siamo in cammino, siamo forse su una barca in mezzo alle onde; ma una certezza deve accompagnarci: proprio quando l’onda è alta su di noi, proprio quando ci sembra di essere sconfitti, qualcosa accade. Gesù cammina sulle acque tempestose e ci ripete: «Coraggio, sono io, non abbiate paura» (Mt 14,27).


Putera Cilik

Le mie copie de Il Piccolo Principe: Malese

de Saint-Exupery Antoine, Putera Cilik, 2015, PEANUTZIN, 139 p., brossura.

Dono di Alice G. e Salvo G.

 

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Diciottesima Domenica per Annum

«Voi stessi date loro da mangiare» (Mt 14,16).

Probabilmente, ascoltando il racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci, viene da chiedersi: “Ma perché Dio non continua a fare anche oggi moltiplicazioni per dare da mangiare agli affamati di pane, di senso e di felicità?”. La risposta di Gesù è disarmante: ci dice che l’operazione da fare non è la moltiplicazione, ma la (con)divisione, ci dice che ha bisogno di noi, ci dice che è solo mettendo nelle sue mani le nostre briciole, il poco che siamo e abbiamo, che lui potrà sfamarci tutti, sul serio. Buona domenica.


Le budella a matapollo di Gesù

XVIII per Annum – 3 Agosto ‘14

Prima lettura – Is 55,1–3: Venite e mangiate. Dal Salmo 144: Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente. Seconda lettura – Rm 8,33.37–39: Nessuna creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo. Vangelo – Mt 14,13–21: Tutti mangiarono a sazietà.

Abbiamo fame… E non perché è quasi l’ora di pranzo! Abbiamo fame di significato, di senso, di pienezza, di felicità. Il rischio più grande che possiamo correre è di accontentarci dell’oggi («Meglio un uovo oggi che una gallina domani!»), o di rimpiangere il passato («Si stava meglio quando si stava peggio!»), o di temere il futuro, finendo per non sognare più, per non avere più desideri, per non sperare più.

Siamo proprio come gli ebrei deportati a Babilonia, così come ce li presenta la prima lettura. Il popolo d’Israele è in esilio ormai da 50 anni. Si è integrato. Nessuno pensa più seriamente all’ipotesi di tornare a quella terra promessa che in molti non hanno mai visto. Non godranno di molte libertà, ma almeno hanno la pancia piena. Anche noi finiamo per accontentarci delle piccole e temporanee sazietà. Pensiamo di avere capito tutto o quasi… Il povero Isaia è «costretto» a ricordare a Israele che è depositario di una promessa di Dio, una promessa che ha «ispirato» tutta la sua storia di popolo: Israele non è sopravvissuto grazie alla sue ricchezze o alla sua potenza militare, ma «solo» grazie all’Alleanza con Dio, un Dio che si è «sporcato» le mani al fianco degli israeliti.

Israele ha sperimentato tante volte quanto Paolo ci dice oggi: «Chi ci separerà dall’amore di Dio?» (Cfr. Rm 8,35). E quest’Amore di Dio è la più profonda realtà di cui possiamo fare esperienza.

E giungiamo al Vangelo… Gesù ha finito la sua «lunga” (È durata tre settimane!) predica in parabole… Ha appena saputo che Giovanni il battezzatore è stato ammazzato… Sente il bisogno, la necessità di ritirarsi da solo da qualche parte. Non una fuga, ma un’esigenza… L’esigenza di mettere in ordine i propri sentimenti, riordinare le idee… Quando abbiamo una ferita al cuore è quasi naturale cercare il silenzio, la solitudine. Ma la realtà preme!

«Le folle avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città» (Mt 14,13).

Le folle hanno bisogno di lui! Non accettano pause. Alcuni forse cercavano il Maestro di Nazareth solo per un proprio tornaconto (gli portavano malati da guarire). Ma molti erano là perché avevano intravisto in lui «un qualcosa di nuovo», volevano ascoltarlo, capire, imparare. E Gesù, nonostante tutto,  non si esime, anzi.

«Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati» (Mt 14,14).

Il verbo greco è splanchizomai, letteralmente è «sentirsi contorcere le budella». In dialetto è «aviri i vuriedda a matapollo» (da Madapolam, tessuto prodotto in India, nella città di Madapollam). Gesù, vedendo le folle, si sente scuotere fino alle budella e non può non fare qualcosa per loro!

«Congeda la folla» (Mt 14,15).

A un certo punto i suoi discepoli lo fanno tornare sulla terra… «Bravo! Bravissimo! Sei riuscito a catalizzare l’attenzione di tutti, hai guariti qualcuno, hai risolto problemi, ma ora è tardi, lo spettacolo è finito, e questi tizi devono pur mangiare. In zona, come vedi non c’è molto, non ci sono centri commerciali, né posti per mangiare, congedali, consigliagli di togliersi di torno e di andare a cercarsi qualcosa da mangiare!». I discepoli gli suggeriscono di ignorare il problema: «Si arrangino! Ognuno per se, Dio per tutti!».

«Non occorre che vadano» (Mt 14,16).

«Bravi voi!», dice Gesù, «Volete lavarvi le mani? E bravi i miei pilati! Volete sottrarvi alle vostre responsabilità?». I discepoli hanno trovato lo stesso alibi che tutti noi siamo capaci di trovare quando ci si parano davanti situazioni difficili: «Sono problemi troppo grandi, superiori alle nostre forze, siamo poca cosa e non siamo capaci di trovare soluzioni. Siamo poca cosa e non abbiamo che briciole».

«Voi stessi date loro da mangiare» (Mt 14,16).

«E no, caro amico! Troppo facile così! Noi abbiamo bisogno di un Dio che ci risolve i problemi, un Dio a cui «scavallare» le nostre preoccupazioni. Non un Dio che ci chiede collaborazioni».

«Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci! … Portatemeli qui» (Mt 14,17-18).

Gesù dà valore anche alle nostre briciole, al poco che siamo e abbiamo. Ci dice che dinanzi a Dio di nulla possiamo vantarci se non della nostra povertà!

Probabilmente, ascoltando questo racconto ci chiediamo: «Perché Dio non continua a fare anche oggi moltiplicazioni per dare da mangiare agli affamati di pane, di senso, di felicità?». La risposta di Gesù è disarmante: ci dice che l’operazione da fare non è la moltiplicazione, ma la divisione, la condivisione, ci dice che ha bisogno di noi, ci dice che è solo mettendo nelle sue mani le nostre briciole, il poco che siamo e abbiamo, che lui potrà sfamarci tutti, sul serio. Ma siamo capaci di consegnare tutto nelle sue mani? Al Signore serve ciò che sono, anche se ciò che sono è poco. Quale verbo amiamo arrangiarsi o condividere? Il Signore ci guidi nella via della condivisione e ci faccia «sporcare» le mani.