Gesù, un tour operator inaffidabile

XVI per Annum – 18 Luglio ‘21

Prima lettura – Ger 23,1-6: Radunerò le mie pecore. Dal Salmo 22:Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Seconda lettura – Ef 2,13-18: Cristo è la nostra pace. Vangelo – Mc 6,30-34: Erano come pecore senza pastore.

Siamo in tempo di vacanze…  Più o meno… E il Vangelo di oggi è in sintonia, almeno nella prima parte, con l’attuale pausa estiva. La scorsa settimana, se vi ricordate, Gesù inviava i suoi discepoli in giro per la Galilea, a vivere la prima esperienza missionaria senza di lui. I discepoli avrebbero dovuto presentare le sue parole, ripetere i suoi gesti, dire la misericordia di Dio. Questa settimana il Vangelo ci racconta del ritorno dei Dodici, del rientro alla base. Sono stanchi, sfiniti,ma hanno tanto da raccontare al Signore. Immaginate con quanta foga avranno raccontato a Gesù tutto quello che gli è accaduto, senza farsi scappare nessun dettaglio su quello che hanno fatto e insegnato. Il Maestro tace e ascolta. Li incoraggia. Li fa sentire capiti. Quanto grande è la capacità di ascolto di Gesù. E il mondo di oggi ne ha tanto bisogno. Viviamo in un’epoca in cui tutti parlano, dicono, sparano «all’urbigna». Ma nessuno ascolta. «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (Mc 6,31). Quanta tenerezza in questa frase di Gesù. Il Signore avrà certamente letto negli occhi degli apostoli una certa stanchezza. Sono sì entusiasti, pieni di gioia e di luce negli occhi, ma hanno proprio bisogno di staccare. D’altronde si tratta pur sempre di semplici pescatori che hanno dovuto vincere la paura di parlare in pubblico. Subito, quasi fosse un tour operator, Gesù organizza ai discepoli una bella vacanza di qualche giorno. Probabilmente Gesù ha anche percepito che i discepoli stavano correndo il pericolo dell’attivismo senza profondità, il rischio del lasciarsi prendere dal ruolo, dal servizio da svolgere. Il Maestro li invita quindi ad una sosta, che non è una fuga dalla realtà, ma è un riprendere contatto con la parte più profonda di se stessi. Propone loro un ritiro,uno stare da soli con lui, per ritrovare e ascoltare se stessi, per riportarli all’essenziale. Li vuole portare in disparte per fare decantare le loro esperienze. «Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero» (Mc 6,32-33). A quanto dice il Vangelo, la prevista vacanza salta… Finita prima di iniziare… Ci vorrebbe a questo punto il tormentone della Alpitour di alcuni anni fa’: «Turisti fai da te? No Alpitour? Ahiahiahi!». La gente intuisce che Gesù e i suoi stanno passando all’altra riva e a piedi, di corsa, arrivano prima che la barca di Gesù attracchi. «Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» (Mc 6,34). Partito con un programma, Gesù è subito disposto a modificarlo. Io mi sarei irritato, avrei mandato tutti a quel paese. E invece… Non ci sono leggi sulla privacy che tengano. Il Signore si commuove per quella gente, di quella gente, stanca sudata, affamata, che lo cerca per ascoltarlo. È gente disorientata, non sa che direzione prendere, ma questo Gesù fa ben sperare. E il Signore si commuove. Si scuotono le sue viscere di misericordia. Il commuoversi (in greco splanchizomai) è un verbo ricorrente nella Scrittura. È il verbo del padre che attende il figlio, è il verbo del Samaritano, è il verbo di Dio. Gesù si commuove dinanzi a quella gente che è la riproposizione del popolo descritto da Geremia nella prima lettura, un popolo disperso e scacciato da chi avrebbe dovuto farsi carico ed essere guida. E Gesù è l’attuazione del sogno di Dio, raccontato da Geremia, è «il germoglio giusto» (Ger 23,5) della casa di Davide annunciato dal profeta. In ogni epoca, in ogni luogo, l’infedeltà dei pastori, il loro egoismo, la loro personale avidità, sono colmati dal  Signore, il vero e unico pastore. Questo ci aiuta a non rimanere scandalizzati e delusi da atteggiamenti e comportamenti dei pastori, impegnati più a contare, che a far sì che gli altri contino, valorizzando e promuovendo i talenti dei singoli e delle comunità. «Venite in disparte e riposatevi un po’» (Mc 6,31). Anche a noi il Signore fa questa proposta. Non si tratta di evadere dalla vita. Si tratta di darsi tempo, un po’ di tempo. Viviamo ostaggi della frenesia, tutto va fatto ora, adesso, subito e prima di subito. «Chi si ferma e perduto!» dice il proverbio. Ma anche chi non si ferma, non scherza. Siamo diventati ingranaggi di una macchina impazzita, rapida, veloce. Mi viene in mente la scena di Charlot alle prese con la catena di montaggio nel film Tempi moderni, del 1936. Viviamo ma rischiamo di non accorgerci di farlo. Rallentiamo i ritmi, allentiamo le redini, lasciamo che la Parola sostituisca le nostre piccole parole, recuperiamo i rapporti con Dio e con la famiglia, ritorniamo ad essere gente che vive ciò che proclama, a dire Dio con la vita e con le parole.


Sedicesima Domenica per Annum – B

«Riposatevi un pò» (Mc 6,31).

I discepoli sono appena rientrati dalla loro prima missione e Gesù legge nei loro occhi, accanto alla gioia e all’entusiasmo, anche parecchia stanchezza. Si trasforma allora in un tour operator e gli organizza un breve periodo di vacanza. Non è una fuga dalla realtà, ma un riprendere contatto con la parte più profonda di se stessi. Ritorniamo anche noi all’essenziale per essere gente che vive ciò che proclama. Buona domenica.


Insuccesso garantito

XV per Annum – 11 luglio ‘21

Prima lettura – Am 7,12-15: Va’, profetizza al mio popolo. Dal Salmo 84: Mostraci, Signore, la tua misericordia. Seconda lettura – Ef 1,3-14: In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo. Vangelo – Mc 6,7-13: Incominciò a mandarli.

Le letture che abbiamo ascoltato nelle ultime domeniche ci hanno parlato a più riprese di profeti e discepoli, di discepoli rifiutati e profeti cacciati dai propri paesi. Anche oggi si ripropone lo stesso tema: nella missione di annunciare il Regno di Dio,si deve tener conto che il rifiuto non è solo probabile, ma anche possibile. Nella prima lettura abbiamo sentito di Amos, un pastore e raccoglitore di sicomori di Tekoa un paesino a 17 chilometrida Gerusalemme e a 9 da Betlemme, il quale, suo malgrado, si ritrova a fare il profeta. Siamo nell’VIII secolo prima di Cristo e Israele ha vissuto una dolorosissima scissione interna. Il Regno che era stato unificato di Davide è ora diviso in due regni, quello del Nord, comprendente la Galileae la Samariae quello del Sud, comprendente la Giudea. Lavicenda di Amos è parecchio significativa e ci dice l’assoluta indipendenza di Dio nella scelta dei suoi. Amos è del Regno del Sud, è giudeo, eppure Dio lo invia ad annunciare nel regno del Nord, in Galilea. Il profeta arriva a Betel (letteralmente «casa del Signore») luogo ufficiale del culto a JHWH nel Regno del Nord, che da Santuario di Dio, costruito addirittura da Giacobbe, è diventato il Santuario del re Geroboamo, il Tempio del Regime. Amos, appena entra nel logo di culto, annuncia che un imminente disastro sta per abbattersi sul Regno del Nord e che solo la conversione potrà evitare il peggio. È una predicazione difficile, quella di Amos, ma il profeta non si tira indietro. Si deve scontrare, lui rappresentante della profezia libera, quasi anarchica, con il sacerdote Amasia, il rappresentante del sacerdozio ufficiale, legato a doppio filo alla istituzione monarchica, una sorta di «cappellano di corte». Amasia, in un primo momento esorta Amos alla prudenza, non è quello il luogo e il momento per mettersi a fare i profeti e poi Amos non ha i requisiti richiesti al buon profeta. Ma dinanzi all’imperturbabilità del profeta, Amasia è costretto alle maniere forti e lo caccia. Il profeta non si lascia intimorire e ribatte che il suo ministero non è frutto né di arbitrio personale, né di appartenenza a corporazioni profetiche ma risposta all’irresistibile chiamata di Dio. Egli è stato strappato alla sua quotidianità, per contrapporsi a chi come lui, come Amasia, è pagato per applaudire e benedire le nefandezze, le porcherie del re. È impossibile diventare profeta, studiare per esserlo, magari facendo un paio di corsi con CEPU. Profeta non lo si diventa per scelta propria, ma solo per iniziativa di Dio. Amos non ha paura di dire la verità anche di fronte ai potenti, perché la sua parola nasce dalla forza del Signore. In grazia del Battesimo, anche noi siamo stati costituiti profeti… E probabilmente a volte riusciamo pure a essere profeti… Ma lo siamo fino a quando tutto ciò non costa nulla. Non appena ci si rende conto che per rimanere fedeli a se stessi e al Signore, si devono pagare prezzi personali, allora le cose cambiano. La vicenda di Amos, ci ricorda, oggi, il rischio che noi cristiani corriamo: il rischio del compromesso, del non dire per non trovarsi in difficoltà, il pericolo del «laissez faire, laissez passaire», principio molto caro all’economia liberista, il rischio del «mi faccio i fatti mie e campo cent’anni». Il problema del mondo di oggi non è che ci sono pochi cristiani, ma che i cristiani siamo poco cristiani. E giungiamo al Vangelo… L’evangelista Marco ci presenta oggi l’invio in missione dei discepoli. La missione consiste nell’annunciare la salvezza del Regno. Gesù fissa ai suoi lo stile che devono incarnare nella missione. Innanzitutto i discepoli sono inviati «a due a due» (Mc 6,7) perché si sostengano reciprocamente, perché vivano la carità fraterna in modo visibile,perché creino la condizioni indispensabile per la sua presenza in mezzo ai suoi («Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» Mt 18,20). Non esistono navigatori solitari, non siamo come Giovanni Soldini, il velista famoso per le sue navigazioni solitarie. Siamo chiamati a vivere la comunità. Parlare di comunità in termini astratti è bello e può anche risultare poetico, ma vivere la comunità, vivere la propria comunità è un’altra cosa. La comunità,la Chiesa, non è il Club dei bravi ragazzi. Non ci siamo scelti. Ci ha scelti il Signore. Certamente ci sentiremmo più a nostro agio da soli, o se proprio si deve, in compagnia di qualcuno che sia nostra fotocopia. Gesù invece ci tiene alla scommessa della convivenza, fatta per amore del Vangelo. Gesù ci dice di andare alle’essenziale, superando simpatie e antipatie. Poi Gesù passa a precisare «l’equipaggiamento» dei discepoli: «un bastone», «un paio di saldali», «una tunica» (cfr. Mc 6,8s) e nient’altro. Quello del discepolo deve essere un viaggio dentro l’uomo più autentico, liberato da tutto il superfluo, perché la vita non dipende dai beni, ma dalla fiducia riposta in Dio. Gesù ci mette in guardia: la missione potrebbe essere contaminata da vari superflui, giustificati come necessità necessarie, «non se ne può fare proprio a meno». E Gesù ribadisce che la forza non sta in quello che materialmente il discepolo ha, ma nella verità profonda del messaggio che porta e vive in prima persona. Gesù conclude dicendo che il successo non è assicurato: «Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero» (Mc 6,11). La missione del discepolo è a rischio e il fallimento è sempre possibile. Il Signore raccomanda che dinanzi all’eventuale rifiuto, non si oppongano risentimenti e non ci si deprima per la sconfitta. Il discepolo deve avere chiaro di essere coinvolto in un progetto, ma deve essere certo di non essere lui il regista. La Chiesanon è un’azienda che deve studiare strategie di marketing, o una holding del sacro che deve ritagliarsi fette del mercato religioso, né tantomeno un talkshow dove lasciarsi andare alle chiacchiere religiose. La Chiesanon deve vendere un prodotto che fa’ miracoli nelle pulizie domestiche, ma deve annunciare la salvezza, la redenzione, realizzatasi in Cristo (cfr. Seconda lettura). La Chiesadeve preparare la venuta del Signore, non deve sostituirlo, deve preparare gli uomini all’incontro con Dio, per questo è solo funzionale. Ma chi guarda la Chiesa, chi guarda le nostre comunità assonnate e annoiate, chi guarda noi cristiani arrabbiati e amareggiati, incontra davvero il Signore? Mi viene in mente una canzone di Michael Jackson, Man in the mirror. La canzone è un invito a guardarsi allo specchio. È un invito come quello contenuto nel Vangelo di oggi a non avere chissà quali mezzi, ma di partire in fretta e cambiare il mondo facendo la scelta di cambiare per primi noi stessi.


Quindicesima Domenica per Annum – B

«Prese a mandarli a due a due» (Mc 6,7).

Gesù invia i discepoli a evangelizzare. Prima che partano, gli ricorda di avere un equipaggiamento essenziale e sobrio. La missione potrebbe essere contaminata da vari superflui, classificati come necessità necessarie. Per evangelizzare non conta avere chissà quali mezzi, bisogna solo partire in fretta per iniziare a cambiare il mondo, facendo la scelta di cominciare a cambiare, per primi,noi stessi. Buona domenica.


Quattordicesima Domenica per Annum

«Rimanevano stupiti» (Mc 6,2).

Gesù torna oggi nella sua Nazaret e viene rifiutato dai suoi concittadini. I nazaretani non vogliono neanche immaginare che proprio lui possa venire da Dio: non ha titoli, non ha studiato da rabbino e le sue mani sono segnate dal lavoro di falegname. Facile accogliere la Parola di Dio quando assume la forma del miracolo, più faticoso, più scandaloso riconoscerla nella debolezza di un Dio che si fa uomo. Non corriamo il rischio di cercare Dio nello straordinario e di lasciarcelo scappare nell’ordinario. Buona domenica.


Limone e bicarbonato

Ss. Pietro e Paolo – 29 giugno 2021

Prima lettura – At 12, 1-11 – Ora so veramente che il Signore mi ha strappato dalla mano di Erode. Salmo Responsoriale – Dal Salmo 33 – Il Signore mi ha liberato da ogni paura. Seconda lettura – 2 Tm 4,6-8.17.18 – Ora mi resta soltanto la corona di giustizia. Vangelo – Mt 16, 13-19 – Tu sei Pietro: a te darò le chiavi del regno dei cieli.

Celebriamo oggi la solennità dei santi Pietro e Paolo. Quando pensiamo a questi due santi, quasi immediatamente ci viene da pensare a un’unità, come se i due fossero una persona sola. Entrambi venerati lo stesso giorno, quasi sempre raffigurati l’uno accanto all’altro (basta andare in Piazza San Pietro e guardare le due statue che chiudono su due lati opposti il colonnato del Bernini: sembrano proprio due colonne, uno con le chiavi del portone di casa e l’altro armato di spada per difenderlo). Due santi ritenuti simili tra di loro, per molti quasi fotocopie. Ma chi pensa questo di Pietro e di Paolo, proprio non li conosce… Pietro e Paolo sono due persone completamente diverse, provenienti da esperienze diverse. Sono diversi Pietro e Paolo a tal punto che sono venuti in rotta di collisione più di una volta. Sono come il limone e il bicarbonato. Una bella coppia, non c’è che dire! Nulla avrebbe potuto metterli insieme. Nulla. Tranne Cristo. Simone, detto Pietro (Kefa è un soprannome negativo che ne indica la testardaggine) è un pescatore di Cafarnao, tra i primi a essere chiamati dal Maestro di Nazareth, irruento e fragile, capace di grandi imprese come dei peggiori fallimenti, semplice e rozzo. Paolo un fabbricatore di tende, ma anche un uomo di cultura, zelante persecutore prima, poi forte diffusore del Cristianesimo, è fondamentale per la Chiesa, fosse solo per la sua riflessione cristologica.

Guardiamo il Vangelo… Gesù ha appena concluso la sua missione in Galilea e prima di proseguire la missione, dirigendosi verso Gerusalemme, si ferma e si lascia andare a delle riflessioni e ad alcune considerazioni. Certamente ha avuto una buona accoglienza da parte delle persone, anche se il risultato non è proprio quello sperato. La gente è attirata dai miracoli, dal bisogno di liberazione politica dagli odiati romani, dalla necessità del riscatto sociale, più che dalla novità evangelica. In altri termini ci si aspettava un messia, ma non certamente un messia sofferente! Invece l’accoglienza non è stata delle migliori da parte dei capi religiosi e politici d’Israele: il falegname di Nazareth scopertosi rabbino è per loro una provocazione continua, una presenza intollerabile, imbarazzante, certamente da liquidare al più presto. I discepoli che lo seguono devono essere informati di quello che lo attende e li attende, ma prima Gesù ha necessità di capire che percezione hanno di lui. Questi uomini hanno lasciato tutto per seguirlo, ma ancora non hanno ben chiaro né chi sia veramente questo Gesù, né tantomeno sanno se vale veramente la pena impegnarsi con lui. Il Maestro, per questi motivi, fa un sondaggio tra i suoi e domanda ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16,13).

Il sondaggio dà risultati più che lusinghieri: «Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia, o qualcuno dei profeti”» (Mt 16,14), ma dimostrano che le folle, in Gesù, vedono un profeta agguerrito (sulla scia di Elia e Giovanni il Battista) che presenta un Dio giustiziere e castigatore.

A questo punto il Signore rincara la dose. «Disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”» (Mt 16,15). Sembra dire «Visto che la gente non ha capito nulla di me, non ha capito chi sono, voi, almeno, avete le idee chiare?». Gesù non vuole una risposta «da Catechismo», ma vuole una risposta fatta con i gesti e la vita. Si corre il rischio di parlare o sentire di Gesù ogni giorno e non schiodarsi un attimo dalle proprie posizioni.

La risposta non si fa attendere e, come al solito, arriva dal primo tra i discepoli: «Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”» (Mt 16,16).

Pietro dà la risposta esatta e Gesù lo premia: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,18-20). Il Maestro definisce con tre immagini il ruolo di Pietro: la roccia, le chiavi, il legare/sciogliere.

«Su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18). Pietro pentito sarà la colonna che confermerà gli altri discepoli nella fede.

«A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16,19). Concedere le chiavi a qualcuno significa ritenerlo responsabile della sicurezza di quelli che stanno dentro. Gesù ritiene Pietro un custode capace di garantire sicurezza

«Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,18-20). Legare/Sciogliere (in ebraico asar e sherà), hanno il significato di proibire e permettere, si fa riferimento quindi ai pronunciamenti dottrinali.

Il Vangelo di oggi ci lascia i compiti per casa, anche se la scuola è finita… Ci fa interrogare infatti, su Gesù, ma anche e soprattutto, sul nostro essere suoi discepoli. Gesù pone anche a noi la domanda: «Chi sono io per te?». Non diamo risposte facili, astratte, usando magari quelle formulette che ci siamo appiccicati in testa quando eravamo al Catechismo. Non è la definizione di Cristo che è in gioco, ma quanto di lui vive nelle nostre esistenze. Usciamo dalle formule sacre, canoniche, e diamo la risposta giusta, la risposta che viene fuori dall’aver fatto esperienza del Signore.

E dopo aver risposto alla prima domanda, chiediamoci se siamo discepoli e che tipo di discepoli siamo, se siamo tra quelli che accalcano i santuari e le chiese alla ricerca del sentimentalismo, o siamo disposti veramente a giocarci per Cristo, vivendo il Vangelo anche dovendo affrontare sofferenze e persecuzioni, come hanno fatto Pietro e Paolo, entrambi martiri, testimoni, senza più sangue nelle vene, perché tutto sparso in libagione.

Tutti siamo importanti per la causa del Vangelo: Dio può servirsi di un umile e rozzo pescatore, quanto di un intellettuale maestro del fariseismo. Quella che conta è la nostra disponibilità.


Ss. Pietro e Paolo

«Voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15).

Gesù ci rivolge oggi questa domanda. Non diamo risposte facili, astratte, usando magari quelle formulette che ci siamo appiccicati in testa quando eravamo al Catechismo. Non è la definizione di Cristo che è in gioco, ma quanto di lui vive nelle nostre esistenze. Non accontentiamoci di farci dire dagli altri chi è Gesù, ma ricerchiamo il suo volto in chi ci sta intorno, perché questo è il senso dell’esser cristiani.

Buona Festa dei Santi Pietro e Paolo!


Gesù118

XIII per Annum – 27 Giugno 2021

Prima lettura – Sap 1,13-15; 2,23-24: La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo. Dal Salmo 29: Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato. Seconda lettura – 2Cor 8,7.9.13-15: La vostra abbondanza supplisca all’indigenza dei fratelli poveri. Vangelo – Mc 5,21-43: Fanciulla, io ti dico: Alzati!

«Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi» (Sap 1,1), questo il cuore del messaggio della Liturgia della Parola di questa Tredicesima Domenica del Tempo Ordinario. Il Vangelo di oggi ci propone le storie di due persone,una bambina moribonda e una donna con delle gravi emorragie, accomunate dal numero dodici. La piccola ha dodici anni, la donna soffre del suo male, da dodici anni. Per entrambe il Signore riuscirà a trovare una soluzione. Gesù sta tornando da una gita fuori porta, in barca, nell’altra riva del lago di Genezareth. È la riva pagana del lago, in cui sorge la città di Gerasa. E proprio i geraseni lo hanno pregato di andarsene. Perché? Perché Gesù ha sì liberato un indemoniato, ma i demoni che si trovavano dentro quell’uomo si sono «trasferiti» in una mandria di porci che si trovava a pascolare su un monte della zona. Appena i demoni hanno raggiunto i maiali, questi come impazziti, si sono buttati nel lago. Vedendo questo, i geraseni, sia per il danno economico, sia per paura di questo tizio che scaccia i demoni, gli chiedono di allontanarsi. Arrivato a Cafarnao, molta folla si raduna attorno a lui. Molti lo cercano. Molti sono affascinati da lui, incuriositi da quello che si dice di lui. Tra i fan c’è pure Giairo, uno dei capi della sinagoga di Cafarnao, un pezzo grosso, che non si cura dei sospetti nutriti dalle autorità giudaiche verso Gesù. Giairo è andato da Gesù perché ha la figlia dodicenne in fin di vita. Il Signore nei panni di un soccorritore del 118 si mette subito in cammino verso la casa di Giairo, perché colpito dall’atteggiamento fiducioso dell’uomo. La folla continua ad accalcarsi. Si stringe attorno a Gesù. E in quella ressa una donna entra in relazione con Gesù. È una donna malata di emorragia, una donna ha un flusso di sangue irregolare, una donna che ha speso tutti i suoi averi per riuscire a guarire, una donna che secondo le norme della legge ebraica è impura. È una maledetta da Dio. Dovrebbe vivere segregata, perché chiunque entra in relazione con lei diventa impuro e deve sottoporsi a lunghe e noiose pratiche per riottenere la purificazione. La malattia le provoca problemi fisici, ma soprattutto nella vita sociale e religiosa. Eppure la donna non ci pensa due volte, sfida le convenzioni e violala Leggee tocca Gesù, tocca il suo mantello, mentre dice a se stessa che se lo farà, sarà guarita. «E subito le si fermò il flusso di sangue» (Mc 5,29) ci dice l’evangelista. Gesù avverte di essere stato toccato, nonostante la calca attorno a lui, sente che da lui è uscita una potenza risanante. Il Maestro fa una domanda assurda: «Chi ha toccato le mie vesti?» (Mc 5,31). I discepoli lo guardano sbalorditi: «C’è il mondo intorno a te e tu chiedi chi ti ha toccato?». Ma Gesù sa bene cosa è accaduto. Sa che qualcuno lo ha toccato con fede per essere guarito. Quanto sarebbe bello avere la fede che ha avuto la donna. Quanto sarebbe bello ch ogni volta che riceviamo Gesù, ogni volta che lo tocchiamo, lo mangiamo, lo potessimo ricevere con la fede e la certezza della donna. «La tua fede ti ha salvata» (Mc 5,34), con queste parole Gesù restituisce alla donna non solo la salute fisica, ma anche quella sociale e religiosa. Agli occhi di tutti Gesù è stato reso impuro dalla donna, e invece, è Gesù che rende pura la donna! Secondo la legge Gesù è diventato impuro eppure non rimprovera la donna, ma anzi si complimenta con lei per la grande fede. Il miracolo avviene per contatto fisico. La donna con le sue mani ha cancellato l’immagine di un Dio che distingue il puro e l’impuro, che divide anziché unire. La donna ha cancellato la religione dei puri che schifano gli impuri. Nel frattempo dalla casa di Giairo arriva la notizia che la piccola non ce l’ha fatta. Tutti consigliano a Giairo di lasciar perdere il Maestro di Nazareth che alla fine non ha brillato per la velocità nei soccorsi. «Non temere, soltanto abbi fede!» (Mc 5,36), Gesù rassicura Giairo. E rassicura ciascuno di noi. Gesù anche dinanzi alla morte della piccola che è la più inequivocabile prova del fallimento della sua preghiera, non abbandona Gesù, sa che su di lui può e deve contare. La fede non può essere un fatto di breve durata, un effimero slancio del cuore. Avere fede significa mettere nel Signore la propria speranza, consegnare a lui le proprie esigenze. Eppure chissà quanti saranno stati i commenti, i sorrisini ironici… Ma Giairo persevera nella fede… Arrivato in casa di Giairo, Gesù caccia via tutti… Colpisce sentire che gli stessi che fino a un minuto prima piangevano per la morte della bambina, scoppiano a ridere per l’affermazione di Gesù che la bambina non è morta, ma sta semplicemente dormendo. Ma Gesù se ne infischia altamente… E stanco il Signore di gente che è senza speranza e che si arrende alla prima difficoltà. Prende la mano della piccola e le dice: «Talità kum, fanciulla alzati» (Cfr Mc 5,41) e subito la ragazzina, come svegliandosi da un lungo sogno si alza. L’azione di Gesù è semplicissima, non ci sono formule magiche o atti esoterici. L’invito rivolto alla bambina è rivolto anche a noi, a ciascuno di noi. Il Signore ci dice «Alzati, risorgi dalla tua paura del peccato e della morte». Due i miracoli nel Vangelo di oggi, tanto diversi,ma accomunati dalla stessa parola: la fede, la fede di chi domanda il miracolo


Tredicesima Domenica per Annum

«Non temere, soltanto abbi fede!» (Mc 5,36).

Giairo, uno dei capi della sinagoga di Cafarnao, va’ da Gesù perché gli salvi la figlia che è in fin di vita. Gesù parte di corsa come un’ambulanza del 118, ma viene “bloccato” per un altro miracolo. Nel frattempo giunge la notizia che la bimba è morta e viene suggerito a Giairo di lasciar perdere Gesù che, di fatto, non ha brillato per la tempestività nei soccorsi. Ma i Signore lo rassicura. E Giairo sa che su di lui può e deve contare. La fede non può essere un fatto di breve durata, un effimero slancio del cuore. Avere fede significa mettere nelle mani del Signore la propria vita, consegnare a lui le proprie speranze, anche quando non c’è apparentemente nulla da sperare.


Dodicesima Domenica per Annum

«Maestro, non t’importa che moriamo?» (Mc 4,38).

Mentre Gesù e i suoi sono in barca, sul Lago di Genezareth, si scatena una terribile tempesta.
I discepolo, disperati, le provano tutte per non colare a picco!
Gesù, invece, dorme beato a poppa.
Lo svegliano le urla degli apostoli, impauriti certamente, ma soprattutto indispettiti dalla sua indifferenza!
Il Maestro, in un attimo, fa tornare il sereno e non perde l’occasione di rimproverare i discepoli non tanto per la paura, ma per la mancanza di Fede.
Non si tratta di avere Coraggio, ma si tratta di avere Fede, si tratta, cioè, di sapere che, qualunque cosa si possa vivere, a prescindere da quello che possa succedere, nulla accade nell’assenza del Signore.
“Riscopriamoci” preziosi agli occhi di Dio, avendo certezza che non solo gli importa di tutti ma si prende anche cura di ciascuno.

Buona domenica.